Android

fonte: dal web

Un articolo pubblicato sul Guardian aggiorna le stime sulla vendita di smartphone: Android risulta essere la piattaforma smartphone più diffusa al mondo (dati relativi all’ultimo quarto del 2010).

La piattaforma di Google gira su circa 32.9 milioni di cellulari, superando addirittura Symbian che si piazza al secondo posto con 31 milioni. Davvero niente male!! A quanto pare, come sottolineato nell’articolo, sembra che l’utenza cominci ad apprezzare di poter utilizzare un sistema completamente open source sul proprio smartphone, senza bisogno di alcuna licenza.
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Il Tethering è una tecnica che permette ad un telefono cellulare di fornire connettività internet ad altri dispositivi.

Nella pratica il tethering permette di trasformare il telefono cellulare in modem e, attraverso un collegamento via USB, Bluetooth o Wi-Fi, di sfrutturare la sua connessione internet ad esempio sul nostro netbook.

Android

Android

Questa tecnica è disponibile sostanzialmente per tutte le principali piattaforme mobile, come Android, iPhone, Windows, Symbian, Bada, ecc. La procedura che vediamo in questo articolo riguarda la piattaforma Android 2.1 Eclair, ed è stata testata con successo su un dispositivo Acer Liquid collegato ad un netbook con sistema operativo Ubuntu Netbook Edition (ma funziona anche sella versione di Ubuntu per desktop a 32-bit e a 64 -bit).
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VirtualBox è uno dei prodotti più interessanti nell’ambito della virtualizzazione: perchè è open source, perchè è potente, facile da usare e fornito di un numero enorme di funzionalità avanzate e di personalizzazioni. Purtroppo però tra queste non vi è (speriamo ancora per poco) la possibilità di estendere una partizione virtuale.

virtualbox
VirtualBox

Se quindi si esaurisce lo spazio su disco, come possiamo risolvere?

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Windows Mobile (WM) ha a disposizione diversi applicativi per effettuare il backup delle informazioni presenti sul cellulare, ma normalmente i risultati di tali backup sono file utilizzabili esclusivamente in ambito mobile. Qualche tempo fa avevo la necessità di effettuare il backup degli SMS dal mio cellulare WM al PC, visto che mi accingevo ad entrare nel fantastico mondo di Android, con l’acquisto di un cellulare meravigliosamente open (ma questa è un’altra storia).
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Qualche tempo fa scrissi un post a proposito della condivisione di cartelle tra sistemi host e guest in VirtualBox. La comodità di poter scambiare dati tra le virtual machine e le macchine host è davvero troppo interessante per farne a meno.

Visto che il precedente post riguardava la condivisione di cartelle tra un sistema Linux host (fedora) e un sistema Windows guest, ho pensato che potesse essere utile anche la situazione in cui abbiamo un sistema Windows host che deve comunicare con un sistema Linux guest.

Il primo passo da fare è scegliere la cartella del sistema host (Windows in questo caso) che verrà condivisa con il sistema Linux (Ubuntu in questo caso).

Una volta scelta la directory del sistema host che verrà condivisa, possiamo proseguire entrando nel sistema Linux, e nella console digitiamo il seguente comando:

sudo mkdir /media/windows-folder

che ci permette di creare un “punto di mount” in Ubuntu per la cartella in questione. Creato il “punto di mount” possiamo procedere al passo (quasi) finale con il comando:

sudo mount -t vboxsf nome_cartella /media/windows-folder

Questo comando non fa altro che legare al “punto di mount” precendentemente istanziato la cartella Windows con il nome “nome_cartella”.  L’ultimissima cosa da fare per rendere la modifica permanente è inserire questo comando all’interno del file

/etc/rc.local

poi spegnere la macchina virtuale, andare nelle impostazione ed aggiungere tra le cartelle condivise quella che abbiamo creato. Il gioco è fatto: ora abbiamo due sistemi in perfetta comunicazione! ;)



Continua la nostra ricerca dei tools utili per analizzare e controllare le reti. Dopo aver introdotto Bwmon, vediamo ora un tool davvero interessante, Wireshark . Questo è probabilmente il miglior analizzatore di rete disponibile, ed è stato implementato da un team che comprendeva i maggiori esperti mondiali del settore.

Il download e l’installazioni sono davvero banali, dunque non ci soffermeremo oltre. Una volta scaricata la versione del tool più indicata per il proprio sistema operativo, si esegue il file di setup scaricato e l’installazione prosegue senza ulteriori richieste.

Lanciato il programma, è possibile eseguire uno scan del sistema per rilevare tutte le interfaccie di rete presenti (LAN, Wireless, ecc.) e scegliere così quella al momento connessa e che vogliamo analizzare.

L’interfaccia di gestione si presenta in questo modo:

Interfaccia WireShark

Il cerchio rosso indica il pulsante da premere per attivare il rilevamento delle interfaccie. Effettuata la scelta, il tool visualizza tutte le informazioni che transitano su tale interfaccia, pacchetto per pacchetto. Ci si rende subito conto della potena di Wireshark : è possibile analizzare molto in profondità, addirittura entrare nel pacchetto per controllare ogni parte costituente (Frame 1, IP, UDP, ecc.) .

Oltre che tool utile per i sistemisti, Wireshark può essere un’ottimo strumento didattico, viste le possibilità che offre. E’ sufficiente una prova per rendersi conto delle sue potenzialità, e consigliamo vivamente di analizzare almeno una volta la propria interfaccia di rete.



Nonostante la crescita esponenziali di linguaggi di programmazioni come PHP o Ruby, Java continua a mantenere un posto di primo ordine nel cuore degli sviluppatori. Oltre all’essere un linguaggio sicuro e divertente, permette di integrarsi in ogni piattaforma, grazie alla Java Virtual Machine, e come se non bastasse, permette l’integrazione di piattaforme stand-alone con piattaforme web-side, lasciando praticamente assoluta libertà di creazione e fantasia allo sviluppatore.

Ci sono molti pacchetti, soprattutto per chi utilizza Windows, che auto-installano Java e che forniscono strumenti per iniziare a sviluppare piccoli applicativi con questa meravigliosa tecnologia. Ovviamente i professionisti si avvalgono di strumenti ben diversi, già a partire dall’installazione, che ovviamente fanno a mano.

In questa mini guida, tuttavia, non ci dedichiamo alla installazione di Java su sistemi Windows o Linux, ma concentriamo la nostra attenzione a come gestire gli eseguibili Java, ovvero i file che permettono alla nostra applicazione di “girare” .

Quando ci troviamo di fronte ad una applicazione stad-alone scritta in java, quasi sicuramente incontriamo file con un’estenzione particolare: .jar . Questa è proprio l’estenzione che caratterizza gli eseguibili in Java, almeno quelli “regolari” (vedramo più avanti che ci sono metodi che permettono la manipolazione di tali file, per estendere il loro utilizzo).

Di fronte ad un file .jar, possiamo utilizzare il seguente comando per lanciare l’applicazione Java:

java -jar nome_file.jar

Qeusto comando è utile per lanciare l’applicazione quando abbiamo a disposizione solo la linea di comando o quando non riusciamo a lanciare l’applicazione direttamente cliccando sul file .jar (probabilmente perchè sul proprio sistema operativo non si è configurato bene l’ambiente, o la variabile CLASSPATH non è stata settata correttamente).

Abbiamo quindi visto il comando per lanciare eseguibili Java: ma se, una volta conclusa la fase di sviluppo della nostra piccola applicazione, volessimo creare un eseguibile? Ecco come fare.

Esistono diversi tool freeware che permettono non solo la compilazione e la creazione di file .jar, ma addirittura di creare eseguibili .exe per l’ambiente Windows. Uno esempio di tale applicativo è scaricabile qui. Java Launcher è veramente un ottimo prodotto: semplice e veloce, leggero e utile per chi, lavorando in ambiente Windows, ha incontrato difficoltà con gli eseguibili Java.

Un altro tool davvero interessante è Jelude: anche questo tool permette di passare da eseguibili .jar a eseguibili .exe . E’ sufficiente seguire questo link per leggere tutta le documentazione e scaricare il necessario.

Ovviamente questi tool sono utili per l’ambiente Windows, in particolare lì dove non è stato installato il Java Runtime Environment (JRE) o il JRE non viene riconosciuto sul proprio sistema Windows (probabilmente in questo caso ci sono problemi di configurazione). Per gli utenti Linux, ovviamente, i file .exe non servono a nulla o quasi, ma non si dovrebbero incontrare grossi problemi, visto che in praticamente tutte le distruzioni JRE è praticamente fornito con il sistema operativo stesso.